Il summit di Copenaghen sul clima: too big to fail

Il summit di Copenaghen sul clima: too big to fail

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Il Summit sul clima in corso a Copenaghen non potrà fallire, perche’ è “too big to fail”.

Non si arriverà alla definizione puntuale di un nuovo Trattato internazionale, come è normale che sia, ma credo che la giornata di domani sarà cruciale per lo sviluppo delle prime vere politiche globali, quelle sul clima appunto, che, va detto, rappresenteranno il primo vero “test” sugli effetti della globalizzazione e sulla stabilità delle nuove relazioni economiche e politiche del pianeta, in un mondo totalmente cambiato in un decennio o forse meno.

Detto questo, sull’argomento “clima” l’Italia risulta ancora impreparata.

Spero allora che, a breve, si cominci a prenderlo sul serio, definendo e strutturando competenze nuove nel Paese.

Mi riferisco, in particolare, alla necessità delle nostre piccole e medie aziende, così come delle piccole e medie amministrationi pubbliche, di vedere il “fattore ambientale” per quello che è: la piu’ importante leva di cambiamento ed innovazione per aziende, territori e sistemi-paese.

Spero, poi, a proposito di tariffe incentivanti alla diffusione di tecnologie verdi (Conto Energia et alia), che se ne rivedano i criteri di attribuzione anche in base a parametri di localizzazione e di sviluppo di attività imprenditoriali (e di lavoro), perchè altrimenti si rischia, come già oggi appare evidente, di trasformare una industria “labour intensive” – quella delle rinnovabili – in una industria “puramente finanziaria”, e questo sarebbe il più grave errore possibile.

Spero, infine, che anche i Partiti politici (in particolare il PD ) approfittino di questo “cambiamento di paradigma” per ripensare il modello “leggero” su cui stanno derivando (mi riferisco in particolare al nuovo PD di Bersani – che può e deve essere il Partito dell’ambiente e dell’ innovazione in Italia – che ha appena lanciato, in sostituzione dei classici “dipartimenti”, una serie di “forum tematici” su questi temi, denunciando una certa disattenzione) e trovare un nuovo baricentro di azione proprio attorno al nuovo corso della “sostenibilità”, ambientale e non solo, che sta inesorabilmente prendendo il centro della scena nel dibattito pubblico mondiale.

Ancora 24 ore e sapremo come va a finire – a Copenaghen – ma io sono ottimista, soprattutto per il dopo.

Massimo Preziuso

Add comment dicembre 18, 2009

Il Partito Democratico e l’Innovazione nella Green Economy and Society

Il Partito Democratico e l’Innovazione nella Green Economy and Society

Innovatori Europei e Rete dell’Innovazione per Pierluigi Bersani Segretario

 

La crisi mondiale nella quale ci troviamo ha messo in luce la debolezza del sistema produttivo nazionale e la sua incapacità di innovare.

 

La ragione primaria che determina questa incapacità è la mancata comprensione del cambio di paradigma che nel mondo occidentale si è determinato con il passaggio dalla società industriale alla società della conoscenza: si tratta non solo di una profonda variazione del sistema produttivo, nel quale assumono un rilievo inedito rispetto al passato le attività e i beni che includono quantità crescenti di conoscenza, innovazione e creatività ma, nel complesso, di un profondo cambiamento culturale e politico.

Un cambiamento che si esercita innanzitutto sull’idea stessa di progresso e benessere: se sino ad ora si è pensato che queste variabili obbedissero ad una crescita inarrestabile della produzione e del consumo, sostenuta dall’economia finanziaria, adesso gli effetti negativi di questa ideologia hanno reso evidenti e gravi gli errori commessi sino ad oggi. Dalla crisi di una finanza slegata dalla produzione reale, alla precarietà a cui stiamo consegnando il pianeta, sino alla esplosione degli equilibri tra diritti fondamentali nelle zone ricche a quelle più povere del mondo.

Il neoliberismo, con la sopraffazione dell’etica da parte del profitto e dei bisogni generali da parte dei particolarismi e interessi sempre più ristretti, è stato la dottrina economica che ha prodotto questo stato di cose.

Nella società sempre più globalizzata nella quale viviamo, innervata dai sistemi a rete – Internet in primis – i destini reciproci sono sempre più interdipendenti: questa è la variabile esogena più evidente che ci deve indurre a ripensare i nostri modelli di sviluppo, tenendo al contempo in conto  la soddisfazione dei nostri bisogni e la ricaduta globale che le nostre azioni producono.

Tutti i principali paesi industrializzati e quelli in via di sviluppo stanno facendo enormi investimenti e piani di intervento, sui settori dell’innovazione, sul sapere, sulla ricerca e sull’energia e ambiente, per cogliere le opportunità di questo nuovo scenario di interdipendenza internazionale e mutazione del sistema produttivo.

L’economia italiana sembra invece non aver compreso a sufficienza questo profondo mutamento di paradigma. Mentre tutti i paesi industrializzati investono in innovazione e ricerca per aumentare la quantità di conoscenza contenuta in ciò che producono, il nostro paese è asserragliato invece su produzioni a bassa e media specializzazione tecnologica che non consentono di competere con efficacia in un mondo sempre più globalizzato.

La crisi finanziaria che stiamo attraversando è crisi di un modello di crescita e di una impostazione economica “non sostenibile” ed ha semplicemente dato l’impulso ad un lento e continuo declino del nostro sistema economico, che rischia di protrarsi, e che va fermato, assumendo decisioni coraggiose in tempi brevi.

Tutto questo si accompagna alla necessità di un uso più attento delle limitate risorse del Pianeta: il clima sta cambiando sotto i nostri occhi, rischiando di compromettere in maniera irreversibile le “nostre” condizioni di vita sul pianeta.

Per questo, negli ultimi due anni, il tema del Cambiamento Climatico, da vincolo – costo per le economie e le società è diventato opportunità economica – culturale – politica, al punto che oggi dagli Stati Uniti alla Francia, passando per la Cina, si parla della necessità di una Green Economy and Society.

In questo nuovo contesto, l’obiettivo strategico di un Paese come l’Italia è quello di investire in innovazione e conoscenza, modernizzare l’apparato produttivo e contribuire all’affermazione di un nuovo modello di sviluppo sostenibile.

Un modello che premia i processi di produzione, distribuzione e consumo di beni e servizi ad impatto zero, ovvero tali che qualunque costo ambientale derivante dalla pressione esercitata dalle attività umane sull’ecosistema Terra sia controbilanciato da un’azione uguale e contraria, evitando di contrarre “debiti ambientali” che ricadranno, inevitabilmente, sulle future generazioni.

Per arrivare ad una Green Economy and Society, occorre innanzitutto innescare un processo virtuoso che, sfruttando anche le leggi del mercato, determini l’emersione e l’affermazione di questo nuovo modello economico e culturale.

La vera sfida consiste, infatti, nel diffondere nella società civile una consapevolezza ambientale che si traduca in tecnologie, comportamenti e buone pratiche quotidiane che, nel loro insieme, possiamo definire Green Behaviour. Queste azioni vanno dagli accorgimenti per la riduzione dei consumi di energia ad interventi più strutturati di efficienza energetica degli edifici, installazione di impianti di generazione da fonti rinnovabili, progetti di energy management, trasporto sostenibile, produzione sostenibile etc.

Mentre le soluzioni sono ormai note e la tecnologia è in molti casi già disponibile, per diffondere il Green Behaviour ed accelerare la transizione verso una Green Economy and Society i fattori critici di successo sono:

 

1.   Lo sfruttamento dell’attuale crisi energetica, divenuta, a tutti gli effetti, strutturale, quale opportunità offerta dal mercato per sensibilizzare tutti, cittadini e imprenditori, sui risparmi immediati che nascono da comportamenti eco-compatibili;

2.   L’adozione di Internet come paradigma di processo bottom-up, autenticamente democratico e direttamente partecipativo. Il Web è esploso grazie alla sua configurazione di rete peer-to-peer in cui tutti collaborano alla creazione e diffusione dei contenuti: lo stesso modello va adottato per creare e condividere conoscenza sul tema del Green Behaviour. È importante notare, infatti, che la “rete intelligente” sarà anche il modello di generazione e distribuzione dell’energia del futuro, in cui ciascun utente – nodo della rete sarà potenzialmente produttore e consumatore di energia, esattamente come nel Web 2.0 il navigatore ha oggi un ruolo di creatore e fruitore di contenuti in Internet.

3.   La creazione, a livello internazionale, delle condizioni di consolidamento di una massa critica di “politiche” che possa scatenare un processo irreversibile. Ciò può avvenire incentivando gli investimenti in iniziative “verdi” attraverso strumenti normativi (definizione di standards a livello europeo – internazionale) ed economici (sgravi fiscali, finanziamenti agevolati di livello sovra-nazionale), che accompagnino lo sviluppo ed il consolidamento di un mercato delle emissioni e di un carbon finance globali.

 

Nella definizione di Green Economy and Society si racchiude quindi un po’ tutto:

 

-     una Nuova Società, basata sulla sostenibilità dello sviluppo economico e dei consumi, ovvero sul Green Behaviour

-     una Nuova Economia, incentrata sulla sostenibilità e sull’etica dei comportamenti, una Green Economy appunto.

 

E’ da lì che bisogna partire per capire la portata di questo cambiamento: che non è quindi solo cambiamento di un paradigma economico-industriale (il passaggio da uno sviluppo basato su combustibili fossili ad uno basato su energie rinnovabili) ma anche e soprattutto una innovazione culturale e sociale, in cui l’uomo torna al centro della scena, con la sua carica di umanità, di socialità partecipata all’ambiente in cui vive.

 

E’ per questo che tale tema dovrà risultare come la sfida più rilevante del Partito Democratico: un Partito che deve e può guidare l’Italia, in un momento unico ed irripetibile, a rivedere il proprio modello di sviluppo culturale ed economico, mettendo al centro il tema della sostenibilità ambientale.

 

Questo noi chiediamo a Pierluigi Bersani, “nostro” candidato alla Segreteria al congresso di Ottobre, sicuri che, con l’esperienza e il pragmatismo dimostrati da Ministro dello Sviluppo Economico, potrà affrontare una sfida così complessa e nuova.

 

9 Settembre 2009 – Innovatori Europei e Rete dell’Innovazione

 

Massimo Preziuso, Paolino Madotto, Alberto Zigoni, Stefano Casati, David Ragazzoni, Alessia Centioni, Francesco Augurusa, Antonella Giulia Pizzaleo, Peter J. Bury

 

Per adesioni e/o info: infoinnovatorieuropei@gmail.com oppure info@larete-innovazione.it

Add comment settembre 10, 2009

Manifesto Energia e Ambiente

          

MANIFESTO DEL GRUPPO “ENERGIA E AMBIENTE”

 

L’opinione pubblica si sta finalmente rendendo conto dell’enorme sfida posta all’umanità dal Cambiamento Climatico. L’evidenza della responsabilità umana su questo fenomeno è ormai appurata a livello scientifico, così come l’urgenza di adottare contromisure efficaci per far fronte al mutamento del nostro ecosistema.

 

Questa consapevolezza non si è ancora tradotta in azione nei tavoli in cui si decide il futuro del pianeta:

 

¨       le complesse relazioni geopolitiche tra Paesi produttori di energia (in particolare combustibili fossili) e Paesi consumatori, ostacolano qualunque sviluppo che possa impattare significativamente sullo status quo.

¨       Al momento si registra una disponibilità di abbondante energia a costi contenuti e questo, nonostante la corsa del prezzo del petrolio, l’utilizzo di fonti rinnovabili (qualora non si valutino le esternalità positive) non è sempre competitiva. Il tasso di crescita delle economie dei Paesi emergenti non è oggi sostenibile senza il petrolio, mentre la crisi finanziaria incombente sull’Occidente rende difficilmente attuabile un piano di investimenti a medio – lungo termine volti ad affrancare i Paesi sviluppati dalla dipendenza dal petrolio.

 

Nonostante tutto alcuni passi in avanti sono stati fatti, come il Protocollo di Kyoto, con gli sviluppi che ha determinato (il Carbon Market ad esempio): da queste conquiste bisogna ripartire per ridefinire un piano di cambiamento globale.

 

L’obiettivo strategico del gruppo Energia ed Ambiente di Innovatori Europei è quello di contribuire all’affermazione di un nuovo modello di sviluppo sostenibile: la Clean Economy. Questo modello premia i processi di produzione, distribuzione e consumo di beni e servizi ad impatto zero, ovvero tali che qualunque costo ambientale derivante dalla pressione esercitata dalle attività umane sull’ecosistema Terra sia controbilanciato da un’azione uguale e contraria, evitando di contrarre “debiti ambientali” che ricadono inevitabilmente sulle future generazioni.

 

Il Gruppo non vuole essere un centro di ricerca fine a se stessa, ma si propone di sviluppare la propria missione lungo due assi:

¨       ricerca

¨       azione

¨       divulgazione

 

L’attività di ricerca ha due principali obiettivi:

 

¨       creare una solida cultura sui temi di interesse

¨       formulare ed avanzare proposte concrete per l’attuazione della missione del gruppo.

 

Le proposte, attraverso le capacità di networking di Innovatori Europei, saranno portate all’attenzione di tutti gli attori coinvolti nel mondo dell’Energia:

 

¨       istituzioni accademiche e di ricerca

¨       aziende

¨       mercato ed autorità di governance

¨       opinione pubblica

¨       decisori

 

Il gruppo è costituito da persone provenienti sia dal mondo accademico e da quello produttivo e può vantare un mix di competenze e di relazioni che permette a ciascuno dei membri di contribuire fattivamente al raggiungimento dei due obiettivi precedentemente indicati.

 

Gli argomenti trattati dal Think Tank sono i seguenti:

 

¨       Fonti rinnovabili

¨       Nucleare

¨       Efficienza energetica

¨       Abbattimento delle emissioni di CO2

¨       Piattaforme di commercio di certificati verdi

¨       Smart grids

¨       Normativa nazionale e protocolli internazionali

¨       Finanziamento di attività imprenditoriali “verdi”

 

La creazione di una base di conoscenza estesa ed organica comprendente queste tematiche permette di immaginare percorsi di cambiamento con obiettivi a lungo termine, ma calati nella realtà quotidiana. In questo contesto, in particolare, una grande enfasi sarà data al Clean Behaviour, ovvero a quell’insieme di buone pratiche per il risparmio energetico che ognuno può adottare per risparmiare ed aumentare la propria consapevolezza ambientale.

 

Nel concreto le attività svolte saranno le seguenti:

¨       pubblicazione di articoli e studi sui temi elencati precedentemente

¨       organizzazione di convegni e dibattiti per diffondere i contenuti elaborati dal Think Tank e fare rete

¨       progetti di formazione e promozione, presso scuole di ogni ordine e grado, per accrescere la consapevolezza di un comportamento responsabile verso l’ambiente e l’utilizzo dell’energia

¨       azioni di sensibilizzazione sulla politica per dare rilievo ai temi di nostro interesse nell’agenda dei partiti e delle istituzioni

 

Il modello operativo è quello costitutivo di Innovatori Europei.

¨       democrazia: ogni argomento è dibattuto tra i membri del gruppo, sempre nel rispetto delle opinioni altrui.

¨       tecnologia: le attività si svolgeranno inizialmente sfruttando l’infrastruttura tecnologica di Innovatori Europei (Portale, gruppi, email, Skype,…), appoggiandosi alle sedi fisiche della Associazione.

 

Fondamentale sarà l’interazione con gli altri Think Tank ad oggi attivi in Innovatori Europei:

 

¨       Sapere ed Innovazione: una fattore critico di successo per le attività del gruppo è la capacità di comunicare efficacemente i propri messaggi. La sinergia con questo gruppo permetterà di veicolare i nostri contenuti nell’ambito di quella società della conoscenza che il Think Tank Sapere ed Innovazione contribuisce a disegnare.

 

¨       Europa e Mediterraneo: le relazioni dell’Europa con i Paesi del Mediterraneo è di fondamentale importanza nell’ambito delle tematiche energetiche ed ambientali, sia per quanto riguarda le fonti tradizionali (petrolio e gas) che per le rinnovabili (solare ed eolico). Un programma di sviluppo condiviso in questo senso può essere cruciale per il consolidamento delle relazioni politiche tra gli stati che si affacciano sul Mediterraneo. In questo contesto, in cui l’Italia gioca un ruolo fondamentale, la collaborazione con il gruppo Euromed permette di inquadrare le attività del Think Tank in una cornice politica di primaria importanza (Unione per il Mediterraneo) e di articolare le proposte alla luce della ricchezza e diversità di culture coinvolte (finanza islamica ad esempio).

Add comment ottobre 13, 2008

Clean Behaviour e Carbon Market: la Democrazia e il mercato sfidano il Climate Change

 

 

 

Clean Behaviour e Carbon Market: la Democrazia e il mercato sfidano il Climate Change

La riflessione di Innovatori Europei (pubblicata su PD MAGAZINE)

Lo sviluppo sostenibile del nostro Pianeta passa per una nuova organizzazione della Società.

Il recente summit dei G8 in Giappone ha dimostrato ancora una volta la sostanziale incapacità dei governi nazionali di farsi carico dei problemi che assillano il pianeta nella sua globalità. La crescita economica rappresenta ancora l’idolo sul cui altare si sacrifica ogni altro valore, compreso l’ecosistema Terra ed il futuro delle prossime generazioni. Per decenni l’Occidente ha vissuto contraendo enormi “debiti ecologici”, che ora cominciamo tutti a pagare con gli interessi; la situazione è poi aggravata dalla globalizzazione che, permettendo a milioni di persone di uscire da una condizione di povertà, ha anche impresso una frenetica accelerazione al riscaldamento globale. Esiste una sola via d’uscita da questa spirale autodistruttiva: la presa di coscienza che ogni nostra azione lascia un’impronta sul pianeta, un’impronta, la cosiddetta carbon footprint. Dobbiamo allora imparare a “camminare più lievemente” sul nostro Pianeta, e noi cittadini delle nazioni più ricche ed evolute abbiamo il dovere di perseguire e diffondere questo nuovo stile di vita.

L’obiettivo strategico di questa svolta è l’affermazione di un nuovo modello macroeconomico globale, che qui chiamiamo “Clean Economy”. Secondo questo paradigma, gli impatti ambientali derivanti da qualunque attività umana sono considerati a tutti gli effetti “passività contabili”, che devono trovare una corrispondente voce di “attività contabile” che ne azzeri i costi. In un contesto siffatto, sono chiaramente vincenti tutte le forme di produzione che sono nativamente ad impatto zero, mentre quelle tradizionali devono sopportare costi aggiuntivi e tendono pertanto ad essere non concorrenziali e quindi progressivamente abbandonate.

Occorre innescare un processo virtuoso che, sfruttando le leggi del mercato, determini l’emersione ed affermazione di questo nuovo modello economico globale: tutti noi, in quanto abitanti del pianeta Terra ed attori di un mercato globale, possiamo agire sviluppando la domanda di prodotti e servizi ecosostenibili, scegliendo l’offerta che “costa meno” secondo questa nuova definizione di “costo”. La vera sfida consiste, infatti, nel diffondere nella società civile una consapevolezza ambientale che si traduca in comportamenti e buone pratiche quotidiane, che nel loro insieme definiamo “Clean Behaviour”. Queste azioni vanno dagli accorgimenti quotidiani per la riduzione dei consumi di energia ad interventi più strutturati di efficientamento energetico degli edifici, installazione di impianti di generazione da fonti rinnovabili, progetti di energy management, di trasporto sostenibile, produzione sostenibile etc., sia in ambito business che domestico.

Le soluzioni sono ormai note, la tecnologia è in gran parte già disponibile; per diffondere il Clean Behaviour ed accelerare la transizione di paradigma economico i fattori critici di successo sono:

1. Sfruttare l’attuale crisi energetica, che da congiunturale sta diventando a tutti gli effetti strutturale, come opportunità offerta dal mercato per sensibilizzare tutti sui risparmi immediati che nascono da comportamenti eco-compatibili;

2. Adottare Internet come paradigma di processo bottom-up, autenticamente democratico e direttamente partecipativo. Il Web è esploso nel momento in cui si è configurato come rete peer-to-peer in cui tutti collaborano alla creazione e diffusione dei contenuti: lo stesso modello va adottato per creare e condividere conoscenza sul tema del Clean Behaviour. È importante notare che la “rete intelligente” sarà anche molto probabilmente il modello di generazione e distribuzione dell’energia del futuro, in cui ciascun utente sarà potenzialmente produttore e consumatore di energia, esattamente come nel Web 2.0 il navigatore ha un ruolo di creatore e fruitore di contenuti.

3. Gli Stati devono creare le condizioni di consolidamento di una massa critica di “politiche” che possa scatenare un processo irreversibile. Ciò può avvenire incentivando gli investimenti in iniziative di Clean Behaviour attraverso strumenti normativi (standard a livello internazionale) ed economici (sgravi fiscali, finanziamenti agevolati di livello sovra-nazionale).

In conclusione, le risorse necessarie per raggiungere questi traguardi possono essere trovate sia investendo sui risparmi economici ottenuti dal “Clean Behaviour”, sia utilizzando gli strumenti finanziari più sofisticati del Carbon Market, la piattaforma finanziaria “nata” con il Protocollo di Kyoto del 1997: quest’ultima rappresenta il “propulsore” di mercato necessario ad avviare un nuovo “motore” di Sviluppo Sostenibile, una nuova Società incentrata sul “Clean Behaviour” appunto.

Massimo Preziuso, Alberto Zigoni, Stefano Casati

Innovatori Europei – Energia

Add comment agosto 6, 2008

G8 RESEARCH GROUP – LSE/OXFORD ON CLIMATE CHANGE

Sperando vi faccia piacere e lo vogliate far girare, ecco il Report Finale del G8 Research Group LSE/Oxford sul Climate Change, che ha concluso la propria attività al Summit di Hokkaido, con la presentazione del lavoro.

Buona lettura.

Grazie.

Massimo Preziuso

Add comment luglio 29, 2008

Climate Change ed Europa

Climate change is already happening and represents one of the greatest environmental, social and economic threats facing the planet. The European Union is committed to working constructively for a global agreement to control climate change, and is leading  the way by taking ambitious action of its own.

The warming of the climate system is unequivocal, as is now evident from observations of increases in global average air and ocean temperatures, widespread melting of snow and ice, and rising global mean sea level. The Earth’s average surface temperature has risen by 0.76° C since 1850. Most of the warming that has occurred over the last 50 years is very likely to have been caused by human activities.

In its Fourth Assessment Report (AR4), published in 2007, the Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) projects that, without further action to reduce greenhouse gas emissions, the global average surface temperature is likely to rise by a further 1.8-4.0°C this century, and by up to 6.4°C in the worst case scenario. Even the lower end of this range would take the temperature increase since pre-industrial times above 2°C – the threshold beyond which irreversible and possibly catastrophic changes become far more likely.

Projected global warming this century is likely to trigger serious consequences for mankind and other life forms, including a rise in sea levels of between 18 and 59 cm which will endanger coastal areas and small islands, and a greater frequency and severity of extreme weather events.

  Q&A on Climate Change:
1 What makes the climate change?
2 How is climate changing and how has it changed in the past?
3 How is the climate going to change in the future?
4 What impacts of climate change have already been observed?
5 What impacts are expected in the future?
6 How do people adapt to climate change?
7 What are the current trends in greenhouse gas emissions?
8 What actions can be taken to reduce greenhouse gas emissions?
9 How can governments create incentives for mitigation?
10 Conclusion
Provided by GreenFacts

Human activities that contribute to climate change include in particular the burning of fossil fuels, agriculture and land-use changes like deforestation. These cause emissions of carbon dioxide (CO2), the main gas responsible for climate change, as well as of other ‘greenhouse’ gases. To bring climate change to a halt, global greenhouse gas emissions must be reduced significantly.

The European Union has long been at the forefront of international efforts to combat climate change and has played a key role in the development of the two major treaties addressing the issue, the 1992 United Nations Framework Convention on Climate Change (UNFCCC) and its Kyoto Protocol, agreed in 1997.

The EU has been taking serious steps to address its own greenhouse gas emissions since the early 1990s. In 2000 the Commission launched the European Climate Change Programme (ECCP). The ECCP has led to the adoption of a wide range of new policies and measures. These include the pioneering EU Emissions Trading System,  which has become the cornerstone of EU efforts to reduce emissions cost-effectively, and legislation to tackle emissions of fluorinated greenhouse gases.

Monitoring data and projections indicate that the 15 countries that were EU members at the time of the EU’s ratification of the Kyoto Protocol in 2002 will reach their Kyoto Protocol target for cutting greenhouse gas emissions. This requires emissions in 2008-2012 to be 8% below 1990 levels.

However, Kyoto is only a first step and its targets expire in 2012. International negotiations are now taking place under the UNFCCC with the goal of reaching a global agreement governing action to address climate change after 2012.

In January 2007, as part of an integrated climate change and energy policy, the European Commission set out proposals and options for an ambitious global agreement in its Communication “Limiting Global Climate Change to 2 degrees Celsius: The way ahead for 2020 and beyond”.

Temperature VariationsEU leaders endorsed this vision in March 2007. They committed the EU to cutting its greenhouse gas emissions by 30% of 1990 levels by 2020 provided other developed countries commit to making comparable reductions under a global agreement. And to start transforming Europe into a highly energy-efficient, low-carbon economy, they committed to cutting emissions by at least 20% independently of what other countries decide to do.

To underpin these commitments, EU leaders set three key targets to be met by 2020: a 20% reduction in energy consumption compared with projected trends; an increase to 20% in renewable energies’ share of total energy consumption; and an increase to 10% in the share of petrol and diesel consumption from sustainably-produced biofuels.

In January 2008 the Commission proposed a major package of climate and energy-related legislative proposals to implement these commitments and targets. These are now being discussed by the European Parliament and the Council of the EU, and EU leaders have expressed their wish for agreement to be reached on the package before the end of 2008.

Add comment luglio 3, 2008

LA NUOVA FRONTIERA ENERGETICA

OPEN PAPER – ENERGIA, 12-06-2008 (Redatto da Gabriele Mariani)

La crisi delle risorse energetiche tradizionali, per ora solo annunciata, ma abbastanza vicina anche nelle attuali aspettative di vita, ha già effetti pesanti per i nostri consumi.

La “grandiosità” del problema aggredisce le nostre coscienze e ci impedisce di vivere come prima, anche se cerchiamo ostinatamente di credere, in termini personali ed egoistici, che si troverà una soluzione, e che le nostre condizioni di vita non muteranno. Tuttavia, anche se gli effetti sul piano pratico non incidono ancora in modo definitivo sul nostro stile di vita, cresce dentro di noi il malessere e il timore di svegliarci un giorno in un mondo diverso.

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Non si possono rimandare le scelte. Occorre farsi carico dei problemi. I problemi di chi ricerca uno sviluppo delle condizioni sociali ed economiche che sia portatore di benessere in un contesto favorevole e rassicurante. La conoscenza delle nuove frontiere delle tecnologie, la ricerca di obiettivi sfidanti.

Occorre sacrificare la ricerca di tranquillità e di sicurezza nel breve termine, puntando agli interessi delle generazioni a venire.

L’egoismo dei paesi progrediti porta a spendere tutti gli obiettivi della politica e dell’economia al sostegno del nostro attuale benessere. Le possibili conseguenze negative sulle generazioni future già si avvertono, ma non si affrontano con serio impegno.

Infatti gli ultimi due secoli di sviluppo delle condizioni di vita sul nostro pianeta, e in particolare l’accelerazione del secolo scorso, hanno richiesto l’impiego di enormi quantità di energia, e comportano ora la prospettiva di un rapido esaurimento delle fonti tradizionali di sviluppo e di benessere, sostanzialmente di origine fossile. Tutto ciò anche per l’uso sfrenato e poco efficiente di questa energia, spreco che è causa ormai universalmente riconosciuta del surriscaldamento del globo terrestre e del danno ecologico conseguente.

A coloro che non credono o non vogliono credere alle cause di questa situazione di crisi danno una risposta le leggi della termodinamica, che sanciscono che, pur essendo l’energia una costante,a causa della eccessiva dissipazione si può arrivare a comprometterne l’equilibrio. Intendendo come equilibrio quello fra l’apporto dell’energia dal sole e il processo di conversione della natura, che per millenni ha stabilito condizioni favorevoli allo sviluppo della vita animale e vegetale sulla crosta terrestre. E ne deriva un disordine che può avere conseguenze che, misurate sui nostri tempi di vita, rischiano di essere devastanti e irreversibili.

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I paesi che soffrono delle condizioni di sottosviluppo tentano di “rompere” la volata dei paesi ricchi. Paradossalmente chi ha meno certezze ha anche più coraggio, o ha la forza della disperazione, ed è quindi più disposto a rischiare a breve termine. La disponibilità di grandi quantità di energia è essenziale nella lotta contro la fame .Ne consegue ad esempio l’uso sfrenato tal quale(ovvero senza trattamenti adeguati che ne limitino le caratteristiche inquinanti) di energia di natura fossile, quale il carbone, disponibile ancora in gran quantità nei paesi in via di sviluppo. Ma il disastro e la beffa sono ancor più grandi quando si incentiva l’uso di prodotti dell’agricoltura per fabbricare carburanti sintetici .

Lo stato di arretratezza e la necessità di sviluppo può comportare da parte di questi popoli un uso improprio delle risorse, e diventare una minaccia per coloro che li hanno sino ad ora sopravanzati. Ed oggi per uso improprio è da intendersi anche quello su vasta scala di idrocarburi, petrolio, carbone e gas, le maggiori cause di una produzione enorme di gas tossici e di CoDue, che la natura non riesce più a riciclare. La possibilità di “catturare” la CoDue e reiniettarla nel sottosuolo è una soluzione che l’uomo sta studiando, ma che, sia dal punto di vista tecnico che economico, non trova per ora larga applicazione. Forse potrebbe trovarla se imposta o favorita da un contributo economico. Così paesi come la Cina o l’ India nel migliore dei casi, o l’Iran e Pakistan nel peggiore, diventano in prospettiva mine vaganti.

La natura a lungo termine porrà rimedio a questo disordine, come ha già fatto in altre situazioni nei millenni trascorsi, ma della nostra civiltà, o di parti di essa, potrebbero rimanere solo dei segni. E’ quanto è già accaduto per delle civiltà di cui si ricercano i motivi della sparizione, genericamente da ricondurre comunque al rapporto non corretto e irrispettoso dell’uomo con la natura.

Quindi la prima esigenza è quella di promuovere lo sviluppo su vasta scala sull’intero pianeta di nuove risorse energetiche alternative alle risorse fossili e rispettose della natura

E questo oggi è possibile solo con l’energia nucleare.

Già la dimensione delle attuali carenze e/o delle esigenze prossime future giustifica la necessità di non rimandare più a lungo l’impiego di tecnologie che ormai hanno raggiunto un elevato livello di sicurezza, quali il nucleare di terza generazione, come dimostra l’esercizio, nella maggior parte dei casi da oltre vent’anni, di oltre 200 centrali in Europa e 500 nel mondo, con le migliorie nel frattempo intervenute nei progetti.

Contemporaneamente sviluppare gli studi e le applicazioni della quarta generazione, potenzialmente meno impattante dal punto di vista del combustibile(torio al posto di uranio arricchito) e meno inquinante dal punto di vista delle scorie tossiche. Il prototipo andrà in esercizio fra poco e si parla di venti o trent’anni di tempo necessari per mettere a punto il progetto su grande scala.

Sospendere quindi la realizzazione di centrali di terza generazione non è possibile, perché molte di quelle in esercizio stanno per chiudere il loro ciclo di attività ottimale di progetto (trent’anni circa). Aspettare significa continuare a incrementare l’uso di combustibili fossili.

Non c’è nulla tuttavia che l’uomo abbia scoperto, inventato, o solamente intuito in una certa epoca che non possa essere valorizzato come un elemento che va ad aggiungersi al miracolo della nascita e dello sviluppo dell’universo. Perché non esiste in natura il buono e/o il cattivo in assoluto, ma è l’uso che l’uomo fa delle risorse che le qualifica .E questo deve valere a maggior ragione per una risorsa così “grandiosa “ come l’energia fornita dall’atomo.

Compito di coloro che veramente vogliono farsi garanti di uno sviluppo che, mirando alla salvaguardia del nostro futuro, voglia combattere le ingiustizie e diminuire le distanze fra lo stile di vita degli uomini, è quello di non trascurare ogni chance che miri alla globalizzazione del processo. Negare una possibilità a qualcuno in nome della sicurezza di pochi significa coltivare l’odio e la ribellione.

Perseguire questi obiettivi significa abbattere le frontiere e stimolare la cooperazione allo sviluppo.

Non è solo generosità,ma è lungimiranza .Da soli si sopravvive ma non si salvano le generazioni future. Ogni tonnellata in meno di CoDue prodotta a casa nostra può avere un effetto insignificante se non contribuiamo a far sì che se ne producano cento, mille in meno in India e in Cina. Perché tale sarà il rapporto dettato dallo sviluppo fra le nostre esigenze e quelle di questi paesi entro i prossimi vent’anni.

Ma veniamo all’Italia .

Rispetto agli altri paesi europei noi abbiamo un forte gap da recuperare.

Al momento attuale infatti, a causa dei ritardi e degli sbandi della nostra politica energetica dopo l’esito del referendum sul nucleare alla fine degli anni ‘80 , dobbiamo importare dall’estero circa il 15% per cento dell’energia attualmente necessaria al benessere del paese, con la previsione di un incremento straordinario dei consumi solo nei prossimi vent’anni, senza una seria politica e un’educazione al risparmio. E il mezzo più pratico e veloce è ricorrere all’energia nucleare.

E’ un rischio calcolato, perchè la scelta, in fondo, se vogliamo essere sinceri, l’hanno già fatta per noi quei paesi , come Francia e Svizzera, che hanno realizzato una catena di centrali nucleari ai nostri confini .Centrali che ci forniscono l’energia che ci manca e di cui non possiamo, per ora almeno, fare a meno.

E allora…………………..come si può convincere coloro che vivono nel ricordo dell’effetto devastante dell’energia sprigionata dall’atomo per usi non pacifici ?

Non esistono elementi definitivi per dare le garanzie che la gente si aspetta, se non in termini di statistiche di un numero limitato di incidenti, dopo Cernobyl, con effetti molto limitati, se confrontati fra l’altro con altre situazioni incidentali che affrontiamo nella vita di ogni giorno accettandoli senza riserve.

………………………………………………………………………

Ciò non significa rinunciare alle risorse energetiche rinnovabili, anche se non se ne può sviluppare l’impiego in modo concentrato e su grande scala, come occorre negli impianti di produzione di E.E. al servizio delle grandi comunità, e anche se i costi per kilowattora prodotto sono al momento fra i più alti.

Occorre devolvere contemporaneamente adeguate risorse per lo sviluppo e le applicazioni di nuove tecnologie per lo sfruttamento di fonti di energia rinnovabili che possano fare da cuscinetto, o diversificare l’uso delle risorse.

Ma trovare le risorse economiche e/o gli incentivi in Italia è più gravoso, stante l’attuale già alto costo dell’energia. E’ possibile ed è quasi doveroso per quei paesi che hanno affrontato il rischio delle centrali di terza generazione anche dopo Cernobyl. Perché hanno usufruito dei vantaggi dei bassi costi dell’energia e, al termine quasi di questo ciclo e in attesa dei progetti meno impattanti degli impianti di quarta generazione,hanno risorse economiche da impiegare nello sviluppo di queste tecnologie.

In questo contesto in Italia devono trovare spazio l’impiego delle energie rinnovabili anche su scala ridotta e sul piano locale, ovunque l’entità della domanda ne giustifichi l’impiego, incentivandone l’applicazione con l’uso di sgravi fiscali e/o di finanziamenti agevolati.

Le tesi più ardite degli oppositori a questo tipo di politica energetica sono che tali problemi e le scelte conseguenti potrebbero essere vanificate nei prossimi anni dallo sviluppo dell’efficienza e del risparmio, con la conseguenza che i consumi nei prossimi vent’anni potrebbero rimanere stabili o non incrementarsi in modo significativo, favorendo una transizione più graduale e tranquilla, ovvero senza gravi rischi di “black out”, all’impiego delle energie rinnovabili, e alla messa a punto dei progetti nucleari di quarta generazione.

Questa tesi non va sicuramente trascurata né dai Governi né da tutte le forze politiche,che devono stimolare i comportamenti virtuosi, attraverso leggi che favoriscano e/o puniscano tali comportamenti . Perché incrementare l’efficienza negli impianti e nelle costruzioni comporta gravi costi, almeno nel breve termine.

Ecco perché occorre pretendere che ciò avvenga al livello più elevato del governo del paese, che possa farsi carico della impopolarità della cosa .Ma si auspica che ciò parta ancora più in alto, dalle organizzazioni internazionali, quali ONU ed UE.

A qualcuno vorremo pur credere……………

Ma ciò è ancor più necessario, perché è possibile che non tutte le informazioni sulle vicende che accompagnano la nascita e la vita degli impianti che trattano uranio vengano diffuse in modo trasparente, almeno quando riguardano “mancati incidenti”, finché rimangono tali.

………………………………………………………………….

Non esiste certezza, la sola soluzione è che la corsa allo sviluppo non ci esima dall’obbligo civile di fare ordine nel modo di operare di casa nostra, sviluppando la nostra educazione all’uso corretto delle risorse, parlandone in casa, nelle scuole e in ogni occasione pubblica.

Sviluppare una gara fra coloro che accettano ogni rischio pur di limitare i danni di uno sviluppo senza freni e coloro che ancora credono nella possibilità che l’umanità sappia darsi delle regole.

Add comment giugno 15, 2008

RISORSE ENERGETICHE NEL ‘2000

Le risorse energetiche negli anni 2000 di G. Mariani

Una riflessione leggera,come il volo di una farfalla,senza numeri e conclusioni, che vuol essere solo una presa di coscienza dei problemi più gravi non solo per lo sviluppo, ma per la sopravvivenza. Un invito a maturare una posizione, che accetti il rischio di mettere in gioco tutto quello che è stato conservato con tanta cura e con tanto amore, per un amore più grande per l’umanità.

………………………………………………

La domanda e l’offerta di energia saranno i problemi principali, assieme a quelli dei trasporti e delle comunicazioni, dei prossimi anni, in mancanza di una pianificazione adeguata ed idonea ad evitare forti carenze. E ciò in relazione anche al risveglio economico e al forte tasso di sviluppo sociale e industriale in atto in quei paesi che per decenni sono stati relegati ai margini, accontentandosi di sopravvivere e/o di vivere di luce riflessa dai paesi ricchi. E il colonialismo politico ed economico delle nazioni che, per cultura o per una felice posizione geografica, hanno imboccato per prime la via dello sviluppo, monopolizzando per decenni i consumi dell’ energia e appropriandosi delle fonti, dovrà ora fare i conti con i mercati esterni che loro stessi hanno sviluppato, e che, migliorando il proprio stile di vita, incrementano i propri consumi.

L’ impiego delle fonti ha dato la precedenza sino ad ora agli idrocarburi, le fonti a più alta concentrazione energetica e più disponibili e manipolabili in modo pratico ed economico, oltre che in modo più sicuro e meno inquinante, se trattati in modo appropriato; lasciando ai margini lo sfruttamento di altre risorse energetiche altrettanto disponibili in gran quantità, ma meno redditizie e pratiche ed efficienti nell’uso, quali il legno e il carbone. La conseguenza è stata che l’incremento nel consumo di idrocarburi è stato talmente rapido ed imponente da costringere i produttori a limitarne la produzione , onde contenere la riduzione delle scorte, nonostante la costante ricerca e il ritrovamento continuo di nuovi giacimenti.

Questa è una grande carenza di programmazione ,che non incoraggia un uso diversificato e legato alla disponibilità e alla localizzazione delle risorse, e ai rapporti fra paesi produttori e paesi consumatori.

E poi grave sarà nelle conseguenze economiche e sociali , il rifiuto, per ragioni politiche e o ideologiche, dello sviluppo di nuove tecnologie per lo sfruttamento di risorse disponibili in notevoli quantità e concentrate quali l’energia nucleare, anche se considerate ancor oggi potenzialmente più pericolose e/o nocive. Tali ideologie ,motivate nel breve, devono comunque fare un passo avanti e modificare la propria attitudine per evitare che di queste risorse si facciano degli usi impropri. Promuovere pertanto un patto di garanzia patrocinato dalle organizzazioni internazionali che garantisca nel presente una ricerca comune e controllata e, nel futuro, un impiego corretto e la disponibilità diffusa e generalizzata per usi pacifici.

Occorre che alla scienza vengano tolti i veti che, come la storia insegna,non hanno mai funzionato. Altrimenti il possibile bene derivante dalla ricerca e dall’impiego sarà un beneficio di cui come al solito si approprieranno principalmente i paesi ricchi, contrastati dai paesi più poveri e assillati dal sottosviluppo.

Molti giustificano tale rifiuto per dare impulso per converso in modo più deciso allo sfruttamento di risorse alternative non inquinanti( quali il solare, l’eolico, il fotovoltaico , le biomasse etc.).Ma l’impiego di tali risorse su larga scala richiede situazioni culturali e geografiche particolari, quali la gestione diretta, su scala domestica e/ o di piccole/ medie comunità, di impianti locali, con bassa concentrazione di energia ed esigenze più limitate e non continuative .L’alta concentrazione nella produzione dell’ energia e la disponibilità più continua sono viceversa a favore della sicurezza e dell’ economia dell’ uso del combustibile e della gestione .

E poi ci sono le ricerche in campi non ancora sufficientemente maturi e,allo stato attuale, con grossi limiti allo sfruttamento commerciale, quali la fusione termonucleare o l’impiego dell’idrogeno, che comunque non ricevono l’ impulso che meriterebbero data anche la scarsa collaborazione fra i paesi industriali.

Al di là dal voler essere esaustiva questa introduzione vuole solo significare che la cultura e la sensibilità degli abitanti dei vari paesi”assetati” di energia determinano, di volta in volta, l’attitudine all’incremento e allo sfruttamento di risorse su basi assolutamente non scientifiche e non economiche, come avviene spesso nei paesi più ricchi, o viceversa su basi non ecologiche e non rispettose della natura , come avviene spesso nei paesi più poveri. Così avviene in Italia per il gas metano , mentre in Cina si allagano intere regioni per dare luogo allo sfruttamento in modo semplice ma devastante dell’energia idraulica.

Occorre che le politiche di sviluppo vengano formulate e condivise in modo più allargato, come si sta cercando di fare creando una cultura in Europa, perchè con una maggiore uniformità di comportamenti si eviti che ci siano paesi che sopportano i danni dello sviluppo non controllato esportato da altri che ne godono i benefici maggiori.

Cerchiamo allora con il nostro esempio di creare nei nostri figli una coscienza diffusa e equilibrata che miri prima di tutto ad eliminare lo spreco, e poi a generare comportamenti virtuosi nell’uso delle risorse che possano salvaguardare lo stile di vita con l’ amore e la cura dell’ ambiente .

G.Mariani

Add comment maggio 29, 2008

Per una nuova generazione di politici attenti all’ambiente!

Ho letto l’intervista di Marianna Madia ad Ecologisti Democratici, una Associazione nata all’interno del Partito Democratico, da cui evince la conoscenza e l’attenzione di Marianna verso i temi ambientali.

E questo è importante e positivo, secondo me: è molto importante infatti che, in Italia e in Europa, nasca e cresca una generazione di politici, come Marianna, che abbia background nel gestire la complessità e la potenzialità che il Tema ambientale raggiungerà nei prossimi anni.

E’ fondamentale allora che PD e PDL diano spazio a discussioni e proposte Bottom Up sui temi delle politiche ambientali che, ormai è evidente a tutti, rappresentano il futuro sentiero di crescita sostenibile per le economie avanzate come la nostra.

Che nasca l’insegnamento di questi temi nelle Scuole Primarie, e che nascono Scuole di Formazione politica attorno al Tema della Sostenibilità ambientale: questo è il mio auspicio.

Innovatori Europei proverà a dare un contributo, nel suo piccolo, in questo senso.

Intanto, buon lavoro a Marianna Madia e agli Ecologisti Democratici.

Massimo Preziuso

Add comment maggio 21, 2008

TERRA FUTURA 2008

Presentata alla stampa, a Roma presso la FAO

TERRA FUTURA 2008

la quinta edizione della mostra-convegno internazionale

delle buone pratiche di sostenibilità ambientale, economica e sociale

( Firenze – Fortezza Da Basso, dal 23 al 25 maggio 2008 )

…È tempo di alleanze. Dalla denuncia alla proposta,

insieme per costruire un mondo diverso.

Roma, mercoledì 14 maggio 2008 – Insieme per una società solidale, basata su un’economia civile, nel rispetto delle persone e dell’ambiente: saranno le buone prassi per un modello di sviluppo diverso ad animare la Fortezza da Basso a Firenze, dal 23 al 25 maggio 2008, per la quinta edizione di TERRA FUTURA, la mostra convegno internazionale delle buone pratiche di sostenibilità ambientale, economica e sociale.

550 espositori con 5000 realtà rappresentate, 220 appuntamenti culturali e 850 relatori, 160 momenti fra animazioni e laboratori: questi i numeri della tre giorni, per scoprire e valorizzare le buone pratiche esistenti, ed evidenziare quali siano i fronti su cui è necessario agire senza tergiversare oltre per garantire un futuro alla terra.

Priorità a cui lavorare insieme – cittadini, società civile organizzata, enti locali e governi, imprese, mondo della cultura – perché l’interdipendenza delle grandi questioni ambientali, sociali ed economiche e delle possibili vie alternative a un sistema che ha dimostrato di non funzionare, chiede alleanze trasversali e durature, fondate su strategie e obiettivi condivisi.

Come ha spiegato Fabio Salviato, presidente di Banca popolare Etica, presentando questa mattina presso la Fao la prossima edizione della mostra convegno: «Mai come in questo momento un appuntamento come Terra futura è importante, perché è evidente come lo sviluppo dei paesi sia imprescindibile dallo sviluppo della società civile e del terzo settore. È necessaria una sana, corretta, chiara, precisa, politica delle alleanze, dove la civil society in Italia si proponga nel suo ruolo forte di protagonista. Si pensi solo agli oltre cento miliardi di euro di fatturato del terzo settore e dell’economia civile: altri cinquanta e raggiungiamo quello della mafia!»

Un ruolo non riconosciuto appieno dalla politica, come ha sottolineato anche Giuseppe Gallo, segretario nazionale di Fiba Cisl. «Il non profit è molto più avanti rispetto agli attori politici del nostro paese, perché già da tempo ha la piena consapevolezza che la fase storica dominata dal capitalismo finanziario è arrivata al suo termine. Un paradigma economicamente distruttivo e socialmente regressivo cui bisogna trovare un’alternativa, a partire da un progetto di riforma complessiva dei mercati finanziari, che incalzi le imprese sulla loro responsabilità sociale, ambientale ed etica».

Una politica in ritardo anche sul fronte energia, molto lontana dagli obiettivi del Protocollo di Kyoto, come ha evidenziato Maurizio Gubbiotti, coordinatore della segreteria nazionale di Legambiente: «Cittadini, famiglie e imprese sono pronti a fare una scelta diversa in termini di sviluppo a partire dalla questione cruciale dell’energia: risparmio energetico, efficienza e produzione da fonti pulite (sole, vento, geotermia…, ma non nucleare!) devono essere una priorità per chi ci governa».

Terra Futura si propone proprio come laboratorio in cui trova spazio anche la formulazione di una proposta proprio a partire dalle alleanze: «È necessario lavorare assieme per superare la fase di analisi, di denuncia e critica – ha detto Paolo Beni, presidente di ARCI nazionale -, ed elaborare oggi una vera alternativa politica da costruire a partire dal basso. Sono, infatti, le comunità locali l’ambito privilegiato di sperimentazione delle buone pratiche: i nuovi stili di vita cominciano dalle nostre città e dai nostri quartieri, riscoprendo il senso del bene comune e del “villaggio globale”, ri-costruendo quelle relazioni umane che vanno ormai perdendosi e le relazioni tra le comunità del Nord e del Sud del mondo».

Una necessità ribadita anche da Marina Ponti, direttrice per l’Europa della Campagna del Millennio dell’Onu, che ha aggiunto: «I Governi rispetteranno i loro impegni in tema di lotta alla povertà e di tutela dell’ambiente solo se sentiranno una forte pressione da parte dei loro cittadini e delle organizzazioni che li rappresentano. Manifestazioni come Terra Futura sono fondamentali perché promuovono la diffusione e la crescita di una cittadinanza sempre più consapevole e impegnata».

Ed è il linguaggio del fare su cui punta Andrea Olivero, presidente di Acli nazionale: «Di fronte alla spinta verso la fuga dall’assunzione delle proprie responsabilità, è fondamentale ripartire dal principio dell’interdipendenza fra i diversi soggetti e attori del pianeta. Bisogna riacquistare la consapevolezza che ciascuno di noi è protagonista e può modificare “il corso degli eventi”, iniziando dalle prassi di vita quotidiana e prendendosi le proprie responsabilità».

Responsabilità verso tutti come ha ricordato, infine, don Andrea La Regina, responsabile Ufficio Solidarietà sociale di Caritas Italia: «Le alleanze vanno costruire anche per aiutare i più deboli, gli esclusi da questo modello di globalizzazione emarginante, dove l’altro è prima di tutto un nemico; occorre lavorare per uno sviluppo umano e solidale, dove gli interessi di una parte non siano necessariamente visti i contrapposizione con quelle dell’altra».

Terra Futura è promossa e organizzata da Fondazione Culturale Responsabilità Etica Onlus per conto del sistema Banca Etica (Banca Etica, Consorzio Etimos, Etica SGR, Rivista ”Valori”) e Adescoop-Agenzia dell’Economia Sociale s.c., e realizzata in partnership con Acli, Arci, Caritas Italiana, Cisl, Fiera delle Utopie Concrete, Legambiente, in collaborazione con Regione Toscana, Provincia di Firenze, Comune di Firenze, Firenze Fiera SpA, e numerose altre realtà nazionali e internazionali.

Add comment maggio 15, 2008

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Questo è il FORUM di discussione del Gruppo ENERGIA E AMBIENTE di Innovatori Europei.
Innovatori Europei è una Community nata nel 2006, dall’idea di un gruppo di amici, al fine di portare un serio contributo alla realizzazione della Società della Conoscenza. Ad oggi siamo presenti in molte parti d’Italia e d’Europa, con gruppi territoriali che operano con una visione comune. Il nostro Think Tank si occupa di tematiche quali l’innovazione, la politica, l’energia, il climate change, i giovani, la società in generale e vuole sperimentare forme nuove di organizzazione. La sua parola d’ordine è “Talento & Innovazione”, elementi questi necessari per costruire l’Europa del domani.

 

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