Finanza islamica e clean technologies per lo sviluppo sostenibile nel Mediterraneo

ottobre 30, 2008 at 11:58 am Lascia un commento

Finanza islamica e clean technologies per lo sviluppo sostenibile nel Mediterraneo

pubblicato su RESET di Novembre in Progetto “Kyoto of the cities”(di Massimo Preziuso*)

In questo contributo si vuole evidenziare l’emergere, dalle ceneri della crisi finanziaria che sta colpendo i mercati e le economie di tutto il mondo, di un enorme potenziale di sviluppo sostenibile nell’area del Mediterraneo, derivante dall’incontro dei mondi delle Clean technologies e della Finanza islamica.

In pochi mesi, le clean technologies e sviluppo sostenibile del pianeta sono diventati i protagonisti del dibattito quotidiano nel mondo dei media, della politica, dell’economia e nella società.

Solo a dicembre scorso, anche io scrissi per Astrid un piccolo contributo dal titolo “il futuro della finanza nelle clean technologies” dove sostenevo che, in un mondo scottato dalla finanza derivata, gli investitori avrebbero guardato sempre più ai real assets, in particolare alle Clean technologies, per trovare riparo dalla “tempesta perfetta” che si stava per abbattere su di essi.

Solo qualche mese più tardi, tutto questo sta avvenendo, ed in maniera sostenuta: infatti, sebbene gli ambiziosi ma necessari risultati previsti dal protocollo di Kyoto (il trattato internazionale sul cambiamento climatico, che ha dato luogo alla fissazione di “limiti di emissione nocive” alla maggior parte dei paesi industrializzati) siano ancora lontani, ci sono tutti gli elementi per essere fiduciosi ed aspettarsi una ulteriore crescita di attenzione, di investitori e non, verso il tema della sostenibilità ambientale.

In questo senso, la recente sfida di lungo periodo lanciata solo qualche settimana fa al G8 di Hokkaido (riduzione del 50% di emissioni nel 2050), sebbene a molti possa sembrare soltanto “un enunciato di parole”, rappresenta un ulteriore e decisivo segnale su quale direzione il mondo abbia ormai preso: quella dello sviluppo sostenibile dell’economia e della società.

Oggi, le clean technologies (tecnologie di produzione energetica a zero emissioni) continuano ad attrarre ingenti capitali (di investitori istituzionali e non), a motivare importanti politiche pubbliche in tutto il mondo, a dar vita ad importanti iniziative di business e di ricerca, e a rendere sempre più consapevoli i cittadini dell’importanza da dare alle scelte di consumo e agli stili di vita personali. Due esempi numerici per tutti:

– tra il 2005 e il 2007 la piattaforma finanziaria dell’ETS (Emission Trading Scheme), il principale mercato di scambio di certificati di emissione ha quadruplicato i propri volumi, passando dai 15 ai 64 miliardi di dollari annui ed avviandosi a divenire una piattaforma globale, con l’ingresso secondo molti ormai vicino (2009) dei grandi colossi economici Stati Uniti e Cina.

– Esistono ormai più di 60 carbon funds, con capitalizzazione sopra i 10 miliardi di dollari, che hanno dato vita ad importanti investimenti in progetti CDM (Clean Development Mechanism, il meccanismo project based nato a Kyoto) operanti nei paesi in via di sviluppo, dando l’inizio ad un trend crescente sull’Africa (oggi 5% del totale).

Ma se è vero che le clean techs rappresentano sempre più il cuore di un nuovo paradigma economico e culturale mondiale, da qualche tempo si affianca loro un’altra novità interessante e di lunga prospettiva: lo sviluppo della Finanza Islamica.

Negli ultimi due anni, infatti, in parallelo alla crisi scoppiata con i subprime, e continuata con la crescita dei prezzi del petrolio e delle materie prime, proprio la finanza islamica ha acceso i motori a ha preso il largo.

Ma cos’è la finanza islamica e perché sta crescendo così tanto, in un panorama finanziario da tempo e da tutti definito grigio?

Fondamentalmente la finanza islamica è basata su alcune interpretazioni di alcuni versetti del Corano – il “glorioso” libro dell’Islam, e i suoi due pilastri centrali consistono nell’impossibilità di ottenere interessi sui prestiti (ribà) e nell’obbligo di effettuare investimenti socialmente responsabili. La finanza islamica, quindi, si fonda sul concetto dell’assed based financing, ovvero sull’idea che una istituzione finanziaria possa agire solo nel finanziamento di attività produttive – reali attraverso una propria partecipazione diretta nell’investimento.

Proprio per queste sue caratteristiche peculiari, in questi ultimi due anni, mentre i mercati venivano fortemente colpiti dall’attuale crisi globale, un enorme spostamento di capitali si è diretto verso la finanza islamica: il settore è cresciuto, infatti, ad un ritmo del 20% annuo e molti analisti prevedono il giro di affari di questa tipologia di investimento sarà di circa 2 trilioni di dollari per il 2010.

Da un lato tale crescita si spiega con la crescita della ricchezza dei paesi arabi legata al prezzo del petrolio, dall’altro dalla richiesta degli investitori (istituzionali e non) di investimenti più sicuri e meno rischiosi, nel “viaggio verso la semplicità” di cui si è parlato nei media i mesi scorsi.

Alcuni analisti ed economisti sono arrivati a dire che una finanza mondiale incentrata sul modello islamico oggi non avrebbe vissuto il trauma derivante dai subprime, per la semplice ragione che “le varie strutture finanziarie montate su tali mutui non sarebbero potute esistere in quel mondo (finanza islamica)”, e quest’ultima è una verità dura da contestare.

Di contro, la finanza islamica vive oggi nella difficoltà di staccarsi dalla diffusa consuetudine, presente nelle società occidentali, di essere considerata “attività” vicina al mondo del terrorismo internazionale, sebbene la maggior parte dei colossi dell’investment banking abbiano avviato linea di attività dedicate a tale tipologia di investimenti.

Andando a concludere: il punto centrale che questo piccolo contributo vuole sottolineare è che i fenomeni “Finanza Islamica” e “Clean Techs” si stanno sviluppando insieme, perché mossi dagli stessi drivers e diretti verso un futuro collegato e correlato – la sostenibilità ambientale.

Infatti, essendo le clean techs fondamentalmente legate ad assets reali, esse diverranno sempre più il target di attrazione per la finanza islamica dei prossimi anni, a maggior ragione quando i paesi arabi dovranno guardarsi intorno per trovare il sostituto del “petrolio” – asset / risorsa che andrà ad esaurirsi presto – e trovare un nuovo sentiero di crescita sostenibile per le proprie economie e società. I primi passi di questo avvicinamento sono stati già fatti:

– il governo di Abu Dhabi ha avviato il più grande fondo clean tech al mondo, investendo in tutto il mondo per raggiungere importanti obiettivi di crescita sostenibile per tutto il mondo arabo. – I paesi islamici del mediterraneo iniziano a definire degli obiettivi importanti di crescita Sostenibile basata sulle politiche ambientali

– Il Mediterraneo vive un momento di rinascimento economico e culturale, ed è già sede di importanti investimenti provenienti da tutto il mondo: è di questi giorni la notizia di un progetto (50 miliardi di Euro), sviluppato presso la Commissione Europea, per la costruzione di una immensa rete di pannelli solari (di dimensione paragonabile alla superficie del Galles) che potrebbe produrre tutta l’elettricità richiesta dal continente europeo.

E’ il mediterraneo, infatti, il luogo in cui far frutto dell’avvicinamento tra clean techs e finanza islamica sopra descritto, ed è l’Europa la naturale candidata a condurre questo percorso, essendo per storia e cultura, il baricentro naturale tra mondo arabo, mediterraneo e occidentale.

I primi fatti stanno avvenendo: infatti, con l’avvio dell’Unione Mediterranea (UM), “avvenuto” il 13 e 14 luglio a Parigi, l’Europa ha da subito la possibilità di unire i quattro concetti chiave – Europa, Mediterraneo, Energia e Finanza Islamica – sotto un unico cappello, UM appunto.

UM nasce infatti proprio con l’idea che l’ambiente possa essere il volano per lo – sviluppo sostenibile delle due sponde del mediterraneo – luogo ideale in cui cominciare a sviluppare quella complessa e necessaria transizione verso quello che io chiamo “Clean Economy and Society”.

Ci sono tutte le premesse – politiche, economiche, sociali e demografiche – per permettere che questo accada: bisogna però darsi tutti da fare, perché vi sono pochi anni per intercettare il “futuro”.

Massimo Preziuso – Innovatori Europei

http://www.innovatorieuropei.com

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