Durban: Un atelier del solare per sopravvivere alla Cina

dicembre 10, 2011 at 3:40 pm Lascia un commento

di Gaetano Buglisi e Michele Mezza (sosrinnovabili.it)

Abbiamo un orizzonte e una ragione per dare finalmente sostanza alla cantilenante lamentosità della crisi della politica: arrivare forti e puliti al 2015. E per chi, come gli Innovatori Europei , si interroga sulle fondamenta dell’attuale offerta politica, si profila una grande chance: dotarsi delle competenze necessarie, intercettare gli interessi coinvolti, organizzare una proposta politica adeguata.

Il 2015 è la data entro cui bisogna impegnarsi a rinnovare un accordo forte sul clima, dopo il deperimento del Kyoto Round. E’ forse l’ultima chance del pianeta:tre anni per afferrare la coda del drago del surriscadamento. Poi ci penseranno le profezie dei Maya.

Da Durban, dove si è conclusa mestamente la conferenza internazionale sul clima, esce una tenue speranza più che un’accordo. Tre anni per rinsavire, ha spiegato il ministro dell’Ambiente Italiano Clini.

Ma affiora anche uno schieramento trasversale: Cina ed Europa contro tutti.

Il gigante cinese ha messo sul tavolo 250 miliardi di dollari per investire nei prossimi 5 anni sulle rinnovabili. Non solo, accanto nallo stanziamento dei fonti per l’ambiente, proprio oggi i cinesi fanno sapere di aver armato un fondo sovrano capace di almeno 300 miliardi di dollari per investire nel vecchio continente. Un’opportunità e una minaccia per noi.

L’europa balbetta ma cerca di mettersi in scia. Gli altri, capeggiati dalla miopia americana e dall’inspiegabile remissività di Obama,  ottusamente si girano dall’altra parte.

Il punto è: si può usare la crisi ambientale come motore anticilico, rienventando un modello di sviluppo basato sulla rigenerazione dei territori? La Cina dice di si, e si gioca la sua possibilità di  prendere la testa dell’economia planetaria: il fotovoltaico come le auto del dopoguerra. Un totem su cui costruire una Chinese way of life.

L’Europa è effettivamente l’unica parte del mondo   che avrebbe concretamente possibilità ed interesse a buttarsi a capofitto nel progetto: territori pregiati, esaurimento della spinta manifatturiera, grandi ricchezze private e debolezze pubbliche, consumi saturi e ambizioni di qualità della vita. Oltre che grandi risorse tecnologiche.

Questa è la prospettiva su cui ricostruire un pezzo  di una politica non subalterna alla finanza o alla rendita. In prima linea le città, i territori, gli interessi ambientali, e poi il cerchio della ricerca e del sapere, ed infine la struttura a rete.

Ma il problema non è solo lo sviluppo, è anche l’autonomia:vedere una Cina che muove come un sol uomo, integrando strategia ambientale e capacità d’acquisto mette a repentaglio il senso stesso della sovranità europea.

Fino ad oggi l’occidente si cullava nell’illusione di essere gli unici, anche in una fase di economia declinante, a poter attrarre immasginario e ambizioni degli individui del pianeta. L’american way o life era l’assicurazione contro le tentazioni barbariche, dal totalitarismo comunista all’integralismo islamico. Oggi il fattore H come Hollywood non regge più. La Cina ha capito che deve conquistare l’immaginario, prima della pancia, rovesciando il Marx dell’economia politica, ma applicando alla lettera il Marx dei Grundrisse.

L’ambiente è l’equivalente dci quello che la società dei consumi fluenti fu nel dopo guerra: la grande macchina di conquista ideologica. L’europa deve rispondere. L’Italia deve attrezzarsi.

Ci vuole una politica che reagisca sullo stesso terreno: progettualità, vivibilità, ambizioni e competitività. Le energie alternative sono la materia prima. La cina propone una grande catena di montaggio delle rinnovabili, L’Italia deve rispondere con Ateliers del solare nelle città delle persone, come dice giustamente il nuovo presidente dell’Anci Graziano Delrio.

Il solare può diventare la stoffa con cui disegnare un modello di vita a misura di un cittadino consapevole, capace e ambizioso. Bisogna alzare l’asticella.L’Italia rimane uno dei paesi più accreditati su questo mercato, come anche a Durban, grazie proprio al ministro Clini, si è confermato: abbiamo saperi, esecutori industriali e interessi culturali esclusivi.

Bisogna tradurre tutto questo in un primato tangibile.

Ci vuole una stagione di straordinaria innovazione di comportamento, piu’ che di prodotto o di processo: il solare come grid individuale, come dotazione sociale dei nostri condomini, insieme alla connettività e alle memorie. Questa è la materia prima con cui rilanciare uno straordinario artigianato industriale che si integri con la massa d’urto cinese. Qualcosa di simile sta accadendo nel software: i grandi gruppo di Pechino stanno decentrando in Piemonte e nelle Marche le produzione di software per il ciclo dell’auto e dell’elettrodomestico.

Perchè? Perchè il software, come tutti i prodotti, dopo la fase di massa, reclama una fase di personalizzazione elegante. E noi siamo i più sensibili per integrare individualità e qualità.

Per questo ci vuole una nuova offerta politica che faccia del design culturale uno strumento per ridisegnare i profili di vita e di consumo di un paese miopemente ricco.Le forse ci sono: le grandi città, le filiere del turismo e delle vivibilità, i marchi della qualità, le nuove leve dell’amministrazione competenze, come proprio la città di Delrio, Reggio Emilia, ci mostra.Federiamo i bisogni di qualità e ridiamo forma ad un’economia moderna a rete.

60 anni fa avevamo un problema non dissimile:lo risolvemmo grazie ad una fabbrica a Torino e un’autostrada. Non era di più di quanto abbiamo oggi. E sopratutto non era meglio.

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